CARLA TOMASI SRL: Seminario sul Restauro Architettonico presso Fiera Exporevestir – (San Paolo del Brasile 10 marzo 2026)
Paestum – 29 ottobre 2015, ore 15.00 “Verso una rappresentanza unitaria degli archeologi italiani” A cura del Coordinamento degli archeologi italiani
Relazione per Finco: Efficienza Energetica nei Beni Culturali finco Filiera Beni culturali e Conservazione 21 Novembre 2016
Il CNEL si autocelebra. E noi ne paghiamo il prezzo. Ultimi aggiornamenti Il comunicato del CNEL del 22 aprile 2026 è un documento politicamente rivelatore. Non per quello che dice, ma per quello che nasconde. Il coro unanime dovrebbe far riflettere. CGIL, CISL, UIL, UGL, Confindustria, Confcommercio, Confcooperative, CIDA, CONFSAL — tutti a complimentarsi, tutti soddisfatti, tutti d’accordo. Quando le parti sociali sono unanimemente entusiaste di qualcosa, vale la pena chiedersi: a spese di chi? La risposta è semplice: a spese di chi non era in quella sala. “150 accordi autenticamente radicati”: la frase di Bianco (CISL) è la più onesta del lotto, e la più pericolosa. Tradotta: degli oltre 800 contratti depositati al CNEL, 650 vengono ora declassati a non-contratti. Non per una valutazione del merito salariale o normativo — come ammette persino Luzzi (CONFSAL), che chiede “una lente d’ingrandimento più precisa sui dettagli contrattuali” — ma per un criterio di radicamento statistico. Ovvero: conti di più se sei già grande. Un principio che cristallizza lo status quo e spegne qualsiasi possibilità di ricambio. Genovesi (CGIL) dice che il CNEL “non è una semplice casella postale”. Ha ragione. È peggio: è diventato il notaio che certifica l’oligopolio. Il riferimento alla collaborazione con ANAC e agli appalti pubblici è il punto più acuto: d’ora in poi, chi non è nella lista dei 150 “autentici” rischia di essere escluso non solo dalla contrattazione, ma dagli appalti pubblici. Una discriminazione per via amministrativa, senza legge, senza Parlamento. Palmieri (USB) è l’unica a dire una cosa sensata, quasi timidamente: “credo che sia assolutamente necessaria una legge sulla rappresentanza. Non pensiamo che possano essere gli accordi a definire il piano della rappresentanza.” Esattamente. Ma questa voce resta isolata in un’assemblea che ha già deciso. Marenghi (Confindustria) chiude il cerchio con la frase più rivelatrice: “il Consiglio riafferma con forza il senso della propria esistenza.” Ecco il vero obiettivo politico dell’operazione: non il contrasto al dumping — obiettivo nobile e condivisibile — ma la legittimazione del CNEL come arbitro permanente del sistema, con buona pace del Parlamento e dei soggetti non invitati al tavolo. Cosa manca completamente da questo documento è la voce di chi rappresenta lavoratori reali in settori reali con contratti che, secondo questi criteri, domani mattina potrebbero non esistere più. Non un cenno ai lavoratori che quei 650 contratti “non radicati” coprono. Non una parola sui segretari di organizzazioni che operano con serietà da anni e che si trovano declassati per decreto assembleare. Il CIN nasce esattamente da questa assenza. E questo comunicato, con la sua perfezione retorica e il suo consenso unanime, è la migliore motivazione che potessimo ricevere per continuare.